Il ritorno del vintage, non solo con il vinile

Nel 2017 sul mercato statunitense dei supporti musicali si è verificato uno storico sorpasso: la vendita di musica incisa su cd e vinile per la prima volta dal 2011 ha superato la vendita di musica in download digitale. Due terzi del mercato musicale in Usa sono ormai nelle mani delle piattaforme web stile Spotify, d’accordo, ma il valore generato dalla vendita di cd e vinile è arrivato nel 2017 a 1,5 miliardi di dollari, contro 1,3 miliardi generati dal download a pagamento. E se la vendita di cd è calata in un anno del -6%, i dischi in vinile hanno fatto segnare un incremento del 10%.

La causa? Una riscoperta nostalgica del fascino vintage di questi oggetti, compatibile però con le esigenze di ascolto (a casa in pieno relax) e arredo (la bellezza di giradischi vecchi e nuovi) odierni. Il ritorno del vintage è un fenomeno diffuso e tutto da analizzare. Rivive nelle formule dei mercatini di antiquariato, nei negozi che hanno raccolto i capi dismessi dai baby boomers e che ora issano le oro insegne nei centri storici. Si tratta di uno stile di consumo percepito come ecologico perché favorisce il riuso, equo perché accessibile in termini di prezzo. Un fenomeno che non passa inosservato neanche a livello aziendale, tanto che alcuni brand riconoscibili come vintage sono tornati di attualità: Superga, Ray-Ban o Levi’s.

Casi di successo del ritorno al vintage

Chi pensa che ci sia solo un valore estetico e simbolico dietro gli oggetti vintage non coglie pienamente quel quid che essi invece sono riusciti a conservare. Prendiamo ad esempio la riscoperta degli orologi Casio. L’azienda giapponese da un paio d’anni è tornata in auge con un prodotto che negli anni Ottanta costavo poche migliaia di lire. Un orologio digitale di facile lettura, caratterizzato però da affidabilità, robustezza, sicurezza e lunga durata delle batterie. Oggi il quadrante e il bracciale in metallo di un orologio Casio viene apprezzato per il design essenziale, per il modo discreto e sportivo con il quale sta al polso, ma dietro alla sua riscoperta c’è una qualità costruttiva, anche nei meccanismi interni, che non è mai venuta meno e arricchisce di pragmatismo il fascino del vintage.

Il vintage avanza anche nel packaging e può rappresentare un vero status symbol. Viene in mente la bottiglia in vetro della Coca-Cola: la storica bevanda venne imbottigliata la prima volta nel 1894 in una bottiglia di vetro molto comune come forma. Per distinguerla maggiormente dalla concorrenza, la Route Glass Company disegna nel 1915 la bottiglia Contour su richiesta della Coca-Cola, ispirandosi alle curve della fava di cacao. Dopo vari affinamenti nel corso del secolo scorso, nel 1993 Coca-Cola cambia strada intorducendo la bottiglia in PET, più leggera, infrangibile e riciclabile. Nel nome del vintage e del brand heritage, si assiste dal 2007 al ritorno della bottiglia in vetro, realizzata però in ultra glass, così da ottenere forti benefici in termini di resistenza, leggerezza e spreco di materiale.